Il Male Minore

Posted in acqua, AleDanno, disagio, foto, manifestazione, politica, Roma, salute on 7 maggio 2012 by anzianotto

The Attention Whore of the Demonstrations.

La nostra classe politica non è acqua, ormai lo sappiamo fin troppo bene. La nostra classe politica non è acqua perché è piscio. E noi il piscio non lo vogliamo, preferiamo l’acqua, e di gran lunga.
Per questo l’anno scorso quasi il sessanta percento di noi simpatici Italiani ha detto che l’acqua deve rimanere pubblica, sovvertendo quello che era il volere del palazzo. Il privato porta soldi al palazzo. Solo che quei soldi sono i nostri, e sono sempre di meno. Abbiamo voluto l’acqua pubblica come dovrebbe essere qualunque cosa che venga poi gestita bene, e con criterio. Finalmente siamo andati a votare qualcosa di concreto, di vero, un qualcosa che è stato scelto da noi direttamente. Qualcosa che, per una volta, non è stato il male minore. La famosa “volontà popolare”.

Ma c’è un problema.

Quante volte abbiamo sentito il motto, prima del referendum, “l’acqua un bene comune”? Ecco, a quanto pare non lo è per quello di Roma. Il signor sindaco AleDanno, visto che non è riuscito a tenere un soldo nelle casse del comune -anche grazie al fatto di aver piazzato decine di parenti ed amici su poltrone più o meno strategiche con stipendi milionari- ha deciso di vendere il 21% delle quote ACEA ai privati.
Ora, questo è sbagliato per tanti, tantissimi motivi, ma soprattutto per il fatto di cui parlavamo prima: noi, l’acqua privatizzata, non la vogliamo. E se Gianni Bello non ce sente, da quell’orecchio, noi proviamo con l’altro, che tanto se ritrova dù belle sleppe. Lei, signor sindaco, quelle orecchie dovrebbe usarle giusto per portarci l’acqua. Ma a tutti, non solo a chi l’ha votata, perché l’ha detto lei durante l’insediamento in Campidoglio che sarebbe stato il “sindaco di tutti i Romani, senza pregiudizi e divisioni“. Noi, quelli che non l’hanno votata perché abbiamo ancora una coscienza che ci spinge a non dare il voto a chi tirava molotov da pischello, abbiamo dovuto scegliere il male minore: Francesco “non so cosa ci faccio qui” Rutelli. Sono anni che, sia alle amministrative che alle politiche, siamo tutti costretti a scegliere il male minore. Ma adesso  non mi metto a blaterare su rappresentanze politiche e leggi elettorali.

“Nasone’s dead, baby. Nasone’s dead.”

Il problema del male minore è che non potrai mai davvero votare per chi vuoi tu. E infatti nel caso del referendum dell’anno scorso se l’affluenza e i risultati sono stati quelli che son stati, il motivo è che finalmente abbiamo votato per qualcosa che volevamo. Non ci siamo tappati il naso nell’urna, per non sentire la puzza dello stronzo che stavamo depositando sulla scheda. Non ci abbiamo pensato prima, su che votare o meno. Non abbiamo fatto arrivare quel weekend così, tanto per, ma ci siamo informati ed abbiamo scelto razionalmente.
Ed infatti al palazzo questo non va bene. Non è plausibile, per loro, che il cittadino scelga secondo la propria coscienza. Non è comprensibile, per chi ha il potere, come milioni di persone abbiano detto la stessa cosa che per una volta non era quello che volevano loro. Sono rimasti spiazzati, spaventati da quell’enorme massa di democrazia che si è spostata da casa alle urne invece cha andare al mare, come consigliava il TG1.

E quindi, il cittadino romano, oltre a dover sopportare una città strana, tesa, piena di problemi e di gente veramente ignorante della vita, deve pure scendere in piazza per qualcosa che aveva già messo in cassaforte. Che poi, per carità, io amo questo tipo di manifestazioni, mi piace stare in mezzo alla gente e mi piace essere l’attention whore dei cortei. Però vorrei scendere in strada con i miei amici, chessò, per festeggiare un vera democrazia. O la liberalizzazione della Cannabis. O la sconfitta dell’Alzheimer. O la sconfitta dell’Alzheimer.
E invece dobbiamo sempre star lì per le stesse cose: e l’acqua, e i ciclisti, e gli indignati, e i sindacati, e gli esodati, e gli immigrati, e i martoriati, e i maltagliati, e i quattro lati, e i colorati, e gli inculati, e gli alfabetizzati.
Scendiamo in piazza per cose che sono nostri diritti ma che comunque ci vengono negati. Diritti che in altri paesi sono basi fondamentali da decenni, che nessuno tocca e che nemmeno pensa di toccare.
Invece noi siamo sempre lì a dover sbattere la testa sulle stesse cose, criceti nella teca che bevono un po’ d’acqua pensando che sulla ruota non ci saliranno più. Pensiamo che adesso che abbiamo l’acqua, quella ruota alle nostre spalle rimarrà lì.
Ma poi l’acqua finisce. E noi non possiamo far altro che tornare sulla nostra ruota, ad aspettare che la Grande Mano versi di nuovo quelle sorsate di libertà.
E giriamo, giriamo.
Giriamo.
E a ‘na certa basterà, onnò?

Basterà?

E invece no, non basta.

Non basterà mai.

Lo capisco di ritorno dalla manifestazione, accompagnato da due dolci donzelle, tra risate e piedi in fiamme. Dentro ho la solita, bella sensazione di aver comunque condiviso una giornata con i miei amici, con il sole e tanta bella gente intorno.
Mentre saliamo quei bei scalini larghi di marmo e sanpietrini, degli innaffiatoi automatici stanno bagnando un’aiuola sulla destra. Per un momento sembra tutto perfetto: sto bene, il sole tramonta perfettamente oltre il Tevere, i palazzi sono illuminati da quella luce che c’è solo a Roma e che rimane solo per un determinato, brevissimo momento.
Mi faccio dare al volo la macchinetta da Cesca, mi piego sulle ginocchia e premo tre volte. Mi piace, mi piace un sacco questo momento. Mi piacciono quelle tre foto, una nuvola di pioggia ormai vaporizzata mi rinfresca, per un attimo non sono nemmeno stanco.

Che bel momento.

Poi, mentre ci rincamminiamo visto che il getto ci sta fare il bagno, Fabiana ci fa notare che tutta l’acqua, in quel momento, finisce sui sanpietrini. Ma per tanto tempo eh. Secondi lunghissimi di acqua sprecata su quelle pietre, acqua che scorre via senza bagnare nulla che ne abbia davvero bisogno, rivoli d’acqua buttata al vento.

E allora penso che no.

Non basta, e non basterà mai.

Metropatia

Posted in AleDanno, ATAC, disagio, politica, rabbia, Roma on 30 aprile 2012 by anzianotto

“Abbonamento Sindaco” ti permette di non pagare la metro, tanto non ti serve.

Non avere la patente, ormai, sembra un sacrilegio.
Non averla a a quasi trent’anni, poi, è visto come un chiaro esempio di deficit dell’attenzione sociale.
Non averla a trent’anni ed abitare a Roma.. beh, quando lo dico faccio scappare più gente che se dicessi “ho la rabbia” o “ho votato Alemanno”, due cose che a spesso sembrano strettamente correlate, tra l’altro.

Lascio da parte i motivi personali che mi hanno portato (volente e nolente) a questa scelta, e passo subito a come questo può essere motivo di orgoglio, pregiudizio e parecchi ritardi ad appuntamenti. Vi racconterò come è la giornata di un romano a Roma sui mezzi pubblici, cercando anche di darvi qualche consiglio per quando deciderete, almeno per un giorno, di levare il culo dal sedile della vostra macchina.

Autista Romano, Saluto Romano.

Prima di tutto, prevedere.
Abitando in quella zona da acque internazionali, quel limbo tra Roma e Fiumicino che sarà per sempre comunque “fuori Roma”, sapere dove andare e a che ora è, come per tutti, fondamentale. Per me un po’ di più. Se devo andare al centro, so che ho due alternative: treno (che per raggiungere devo comunque prendere un autobus) o solo autobus.
Nel primo caso, scelta che prediligo e che prevede l’uso di entrambi i mezzi (e quindi il doppio dei problemi), devo prevedere l’auto che mi porterà alla stazione. E qui cominciano già le prima consultazioni all’oracolo di Delfi. E si, perché bisogna partire dal presupposto che per quanto tu possa consultare gli orari sul sito dell’Atac (che a volte sembrano avere quasi un senso) o già sia avvezzo agli orari giorno per giorno, devi considerare che l’Autista Romano, o che comunque opera su Roma, è una specie animale a sé. È talmente sensibile, l’Autista Romano, che il suo lavoro può essere condizionato da qualunque sfumatura ambientale e sociale: magari prima di partire dal capolinea, ha bisogno di riflettere sulla vita preparando il Fantacalcio sul suo iPad, o di stare al telefono con la moglie per essere aggiornato sugli ultimi risvolti (di interesse nazionale) della diatriba condominiale in corso. O magari vuole solo aspettare che il sole salga un altro po’ ché poi sulla Pisana sbatte proprio contro gli occhi.
Insomma, le variabili sono molte ma soprattutto (in modo tanto paradossale quanto lo è l’Autista stesso) costanti. Ed ogni giorno è una nuova avventura.

Dopo aver imparato a memoria modelli di camion, autocisterne e teste di cazzo al volante, salire sull’auto e perdere l’udito a causa del mix buche in strada e viti lente che permettono ad ogni singolo componente del mezzo di sbattere contro tutti gli altri creando così il nuovo singolo di Skrillex feat. Giovanni Allevi sotto ketamina, è sempre un piacere.
Arrivato alla stazione, parte la seconda serie di consultazioni all’oracolo, questa volta di Matrix. Qui entra in gioco infatti uno schema, un sistema per il quale il treno regionale che parte da Fiumicino Aeroporto e diretto principalmente ad Orte è sempre in ritardo.
Sempre.
Vuoi l’arrivo di un altro treno, vuoi l’ennesimo suicidio sui binari (e di questi tempi è più facile che qualcuno s’ammazzi piuttosto che piova), vuoi che gli orari probabilmente li ha preparati Topo Gigio mentre organizzava la campagna contro l’influenza A ed insegnava a Giacomo a nascondere la pistola, vuoi che magari quel giorno i pianeti sono allineati proprio male: il treno, anche se di soli due minuti, sarà in ritardo.
È così preciso, questo schema, che la simpatica signora di colore che insegnava a Neo l’arte della ribellione ha smesso di fumare e si è data alla vendita di gioielli fatti in casa.

Cose che capitano.

La fase successiva al prevedere (detta anche “di speranza”), è quella del sopportare.
Prima di tutto sopportare il fatto che il biglietto che avete timbrato prima di salire, ligi al vostro dovere di sentirvi migliori, passerà sicuramente per le mani di qualcuno che ci farà un filtro, ma non per quelle di un controllore. L’ultima volta che ho visto un controllore, compravo ancora l’abbonamento studenti.
Poi dovete sopportare il fatto che vi sembrerà di essere nella foresta Vietnamita ad Agosto quando è Gennaio ed un pezzetto di ghiaccio tritato in un Mojito quando in realtà è piena estate.
Sopportate infine il fatto di tenervi dall’avere qualunque stimolo fisiologico. Dio non voglia che la vostra vescica o il vostro sfintere decidano di attivarsi, perché i bagni di un treno regionale sono puliti come il set di un fil porno a fine riprese. Da quando sono andato una volta in uno di quei bagni mi illumino al buio e depongo uova di coccodrillo.
Insomma, per sopravvivere ad un viaggio in treno bisogna: risparmiare un euro di biglietto, vestirsi a cipolla ed espletare tutti i bisogni prima di iniziare il viaggio. Più tutta una serie di altri accorgimenti che solo l’esperienza, l’istinto ed un buon vaccino possono permettervi di sopravvivere per poterlo raccontare.

Ghostbusters.

Poi c’è la fase dell’adattamento.
Ogni giorno è diverso, e principalmente a causa della non puntualità. Perché degli scioperi non parlo, quella è la normalità, e lasciamo stare le condizioni climatiche e gli incendi.
Non puntualità che causa coincidenze mancate, imprevisti che portano a ritardi e sovraffollamenti. A volte, sul treno come sulla metro, ho visto così tanta gente che credevo di essere sul set di un film sulle deportazioni: gente innocente su mezzi stretti e maleodoranti, destinata a luoghi di tortura e supplizio, trasportata da gente burbera e in divisa.
Cambiare metro a Termini alle nove di mattina è una guerra in cui i soldati sono stati mandati senza avviso, armati di iPod e borse, con le facce stanche e spaventate. Ho avuto la fortuna di incontrare alcuni dei sopravvissuti ai cambi metro la mattina, ed in alcuni di loro ho potuto riscontrare gli stessi sintomi dello stress post traumatico dei reduci dei conflitti. Gente che ha assistito a stragi di così enormi proporzioni che quelle italiane in confronto sono come i film gialli del Sabato sera di Rai2 anni fa quando ancora non esistevano quelle del Sabato sera.
L’adattamento è qualcosa che non si spiega, non si tramanda. È quello che ci ha restituito pochi eroi e troppi cadaveri. Senza spirito d’iniziativa di fronte agli imprevisti, senza una visione chiara dell’ambiente che ci circonda, senza un piano B, una giornata sui mezzi pubblici a Roma può essere un gioco al massacro. Probabilmente porrebbe fine alla carriera di Bear Grylls, se decidesse di farci una puntata.

C’è una piccola fase intermedia, la più breve ma sicuramente la più gloriosa: l’arrivo. Uscire dalle scale della metro, scendere sulla banchina della stazione o saltare lo scalino dell’autobus è un momento bello. Sò soddisfazioni.
Sapere di essere arrivato, o anche di dover camminare un po’ ma di non dover più prendere un mezzo pubblico, è una sensazione di vittoria, come l’odore del Napalm.

Poi però arriva la fase finale, quella conclusiva e che spazza via ogni gloria che potete aver conquistato durante il giorno, il momento che chiude i giochi e vi fa tornare sulla terra: il ritorno a casa.
Tornare da dove siete arrivati con tanta fatica è come tagliarvi via un pezzetto del vostro corpo.
I mezzi sono più sporchi e puzzolenti del solito, spesso vuoti da far paura a Breivik, altre volte più pieni della mattina. Le stazioni sono angoli dimenticati da dio, gli autisti automi indifferenti alla razza umana, le fermate dell’autobus diventati circoli per i raduni della micro criminalità.
Non fai più caso ad orari ed impegni, vuoi solo girare le chiavi nella toppa e rimanere fermo da qualche parte, senza pannelli che sbattono, vecchi che strepitano, ragazzini idioti e rumorosi, esemplari di Autista Romano che emettono suoni e agitano gesti.

Per questo, va bene tutto, viva chi si muove per le città in modo alternativo, pollice su per chi crede #SalvareCiclisti ma.. pensare pure #SalvarePendolari?

Io Tra Le Dita Volo – Intervista Ai “Bud Spencer Blues Explosion”

Posted in BSBE, concerto, foto, intervista, musica, recensione on 23 aprile 2012 by anzianotto

Just Blues.

Quando io e Emiliano (da qui in poi Paja) arriviamo davanti l’Orion siamo in anticipo di cinque minuti. Mai successo, e credo che non succederà mai più, nemmeno per i nostri matrimoni. Se mai ci saranno.
Appena parcheggiamo, esce un sole che non si vedeva da giorni e giorni. È un segno.

Non nego di essere nervoso. E pure tanto.

Aspetto il concerto dei Bud Spencer Blues Explosion da almeno due mesi, da quando sotto la metro di Ostiense l’occhio si è lanciato sul manifesto dell’Orion.
Ma più che altro, lo aspetto da quando così, per scherzo ma nemmeno poi tanto, gli mandai un messaggio su Facebook.

“Ciao, sono un blogger che non ha nulla se non un sito personale. Sono un vostro fan e vorrei intervistarvi, anzi chiacchierare. Non pensate che sia scemo!!”

In sintesi, questo è stato il messaggio a cui non mi aspettavo risposta.
Ma non per loro cattiveria, anzi: la loro tranquillità e voglia di stare in mezzo a chi li ascolta è palese ad ogni live. E due pischelli che in tre anni sono stati due volte in America per tour e blues contest, che hanno girato l’Italia più loro che Gigi Bersani in campagna elettorale (riscuotendo per altro molto, ma molto più successo), e che fanno un pieno di gente ogni volta.. beh, io forse me la tirerei un po’ di più.
E invece passano pochi giorni che:

“Ciao Jacopo.. perché no? Cesare.”

Morto.

Da lì è iniziata un’attesa spasmodica, in cui ogni momento era buono per tirare fuori un taccuino e buttare giù domande, osservazioni, strappare un ricordo di un’intervista trovata sul Tubo per tirarne fuori qualcosa.
Ho ascoltato mille e mille volte tutti i loro album (di nuovo), ho cercato filmati di live sul palco ed in studio, rimanendo incredulo nel vederli improvvisare in mezzo ad un sentiero accanto ad un bosco, con Adriano, la sua chitarra acustica e l’inseparabile slide e Cesare seduto a terra con solo il rullante tra le gambe, suonato a mani nude, o vederli giovanissimi tenere lezioni di Blues alla Sapienza.
Insomma, ho scoperto che ‘sti due ragazzacci oltre ad essere parecchio bravi, hanno la necessità di suonare. Come, dove e quando possibile: l’importante è suonare.

Mi sono preparato come per un esame, come se le domande dovessero farle loro a me, e il non saper rispondere potesse diventare un divieto a vita di andare ai loro concerti. Non potevo permettermelo.
Il problema è che più passavano i giorni, più erano le domande che cancellavo: troppo semplici, già sentite. Mi dicevo “Con loro ci vorrei parlare, non interrogarli”.
Poi, l’illuminazione: il 21 sarebbe stato, oltre al loro concerto, il Natale di Roma e la giornata mondiale del negozio di dischi. Voi direte, va bene per il secondo, l’input è  buono e coerente. Ma la prima? Cioè, bello il fatto che il “compleanno” di Roma e via dicendo ma.. cazzo c’entra?

Vedrete.

Ma arriviamo al “giorno”. Scesi dal Maggiolone del Paja (che farà poi da sfondo all’intervista di quei bravissimi ragazzi di “Rome Live Music“), aspettiamo qualche minuto fuori. Il sole in faccia è solo una scusa che trovo per aspettare quel respiro profondo che mi serve per prendere borsa, macchinetta fotografica ed una buona dose di coraggio.
È il suono che sento mentre ci avviciniamo a farmi capire che andrà tutto ok. Lo sbalzo tra la luce del sole e il buio del locale mi lascia cieco per un po’, ma non sordo. Ecco lì Cesare a pestare la batteria come fosse giorno di vendemmia, e il vino che ne esce è calma per i miei nervi: siamo qui, finalmente ci siamo, non si scappa. Anche perché tutto voglio fare tranne scappare.

Momenti rari. E no, non sono bravo a fare le foto.

Quella che segue è un’ora e mezza di sound check, prima con Cesare, poi con Adriano e poi insieme, giusto per provare perché chi li conosce sa che la loro è solo una bozza di scaletta.. il resto viene da sé.
È bello vederli in un momento del genere, ma soprattutto è curioso vedere il contrasto tra il metodo chirurgico che applicano nel sistemare e provare gli strumenti, e la furia devastante che scaricano durante lo show.
Sembrano dei costruttori di bellissimi castelli di sabbia che fanno poi esplodere con i fuochi d’artificio.
Il bello distrutto con il superbo.

E alla fine anche questo momento finisce, e odio quando aspetti una cosa che sembra non arrivare mai e poi quando arriva nemmeno te ne accorgi. Tipo il weekend, o un orgasmo. E, scusate la malizia, ma oggi voglio godermelo e fumarmici pure una sigaretta dopo, checcazzo. Quindi occhi aperti e lucido.. anche se solo a metà.

Eccoli che escono dai camerini, e dopo qualche chiacchiera si inizia con i turni delle interviste.Ma c’è un problema: avendo parlato direttamente con Cesare e non con l’ufficio stampa, non sono in lista per le interviste. L’attimo di panico è spazzato via da quel santo di Daniele, nel team tecnico dei Bud oltre ad essere quello che crea e fa rispettare tutti gli ordini di interviste, set e così via. Dopo una chiacchierata, riusciamo a farci mettere in coda (grazie ancora davvero). Conosciamo le ragazze che sono prima di noi per parlare con loro, ci conosciamo un po’ e il fatto che io non scriva per nessuno se non per me le spiazza un po’.
Se ci penso, spiazza ancora anche me.

Adriano e Cesare ogni tanto riemergono da un’intervista, un tramezzino e gli ultimi aggiornamenti sulla situazione palco e salutano tutti, col sorriso e scusandosi sempre per l’attesa.
“Starei qui anche con la III Guerra Mondiale in corso”, e per fortuna lo penso solamente.
E alla fine eccoci lì, in fila coi Bud verso il camerino, che quasi mi viene da ridere.
Ci sistemiamo, io su una sedia e loro sul divano di fronte con il Paja in mezzo.

Ci siamo: i miei emisferi cerebrali si incrociano al posto delle dita perché non mi sembra carino farmi vedere così scaramantico.
Ho Cesare a sinistra, col cappellino e l’atteggiamento di chi vuole chiacchierare. Adriano, la sua chitarra in mano ed il suo sguardo tranquillo completano l’opera e decido di partire.

Accendo il registratore e..

[dopo le presentazioni, iniziano le domande]

J – Allora, volevo farvi un paio di domande allacciandomi al fatto che oggi è il Natale di Roma ed il Record Store Day. Riguardo a Roma, ho visto una vostra intervista in cui parlavate dell’idea di collaborare con il “Colle der Fomento”. Mi interessava sapere come è nata questa idea.

Adriano – Innanzitutto perché il “Colle der Fomento” è un gruppo vero, un gruppo semplice. E allo stesso tempo è un gruppo che dice le cose come stanno e senza sorrisi, e secondo me questa è l’attitudine giusta. E poi siamo orgogliosi che questa sia un’attitudine che esiste a Roma! Poi conservano questo rap degli anni ’90, vecchia scuola, che magari ha meno virtuosismi ma più concetti.. e questa è una cosa bella. Per cui io, da fan, quand’ero ragazzino che me li sentivo, ho sempre pensato che sarebbe stato fico fare un pezzo con loro, però al momento rimane solo un ‘idea.

J – Beh certo, infatti mi interessava il perché l’idea di collaborare insieme. Tu quindi li ascoltavi spesso?

A: Si si, avoja.

J – Per quanto riguarda invece la Giornata del Negozio di Dischi, e l’importanza del disco fisico in sé. Io cerco sempre di comprare il cd, [ruffiano mode on] anche i vostri li ho comprati su disco fisico.. compreso il vinile che se dopo magari me lo autografate.. [ruffiano mode off], voi che rapporto con il disco?

Cesare – Beh non avevo una lira, quindi fondamentalmente scaricavo perché di musica ne avevo bisogno, quindi c’è poco da fare: o te la scarichi, o non la senti. Visto che la musica è una necessità per me, per lui (Adriano, ndJ), per tutti, non solo per i musicisti, appena ho preso qualche soldo non solo con i Bud ma anche con altri lavori, la prima cosa che ho fatto è stato ricomprare i dischi che avevo scaricato, che già avevo sotto forma di mp3, ma di cui volevo riassaporarne il gusto avendo il disco.
Perché non è una mania dire che il suono è differente, è proprio così ed è un’altra cosa ascoltare un disco vero, come è bello ad esempio ascoltare determinati dischi in vinile piuttosto che su CD. Non necessariamente dischi vecchi, ma anche dischi che escono adesso che sono registrati su nastro e non digitalmente, forse rendono anche di più in vinile. Insomma è bello, è una cosa completamente diversa.
Secondo me c’è un calo ora, nello scaricare: sai all’inizio, quando una cosa è gratis, tutti la vogliono. Conoscevo gente che non si era mai cagata la musica in generale però poi aveva le discografie di tutti, mai sentite. Solo perché lo potevano fare gratis. Adesso è un po’ passato quel periodo, ora quando esce il disco ascolto l’anteprima su iTunes e poi li vado a comprare.
E poi il disco è proprio bello, con il libretto..

A – Beh anche il negozio di musica è come una biblioteca: andare lì a cercarti i dischi, a guardarti tutte le copertine.. sono necessità che comunque chi fa musica deve soddisfare. Per cui è un bene che ci sia questa festa.

J – Grandi.. Un’ultima cosa: come primo articolo di questo blog ho parlato degli artisti di strada, visto che mi sono trovato in mezzo ad una loro protesta visto che in quei giorni veniva discussa un’ordinanza, che è passata, e che limita al massimo la possibilità a questi ragazzi di esibirsi per strada..

C – Maddai..

J – Già. Adesso quindi c’è tutta una burocrazia di prenotazioni, il rischio del sequestro di strumenti e di multe.. insomma a classica cosa all’Italiana. E per questa cosa mi è venuta in mente una domanda: voi avete mai suonato per strada?
Mi spiego: mettervi lì voi come Bud, o individualmente, magari agli inizi.. non per forza per i soldi, ma anche solo per il gusto di mettervi lì e suonare, non so, a Trastevere o comunque a Roma in generale.

A – Guarda in realtà no, però certo se c’era una chitarra, una strimpellata sempre a titolo personale si faceva. Per divertimento insomma, senza farlo con l’intenzione di aggregare delle persone.

C – Si anch’io l’ho fatto sempre con gli amici.. [parlando con Adriano] Però con i Bud ti ricordi avevamo pensato di farlo, perché facciamo anche dei set acustici di solito in radio, sempre un po’ strani per le cose che usiamo.. e quindi sarebbe perfetto come set in strada.

J – Si, ho visto molti vostri video in cui suonate con strumenti alternativi.

C – Si, magari con la chitarra acustica e l’ampli a pile, che lo porti ovunque. Sarebbe fica come cosa.. e poi secondo me si alzano pure bei soldi!!

J – Beh si, so di gente che facendo giocoleria al semaforo qualche soldo lo tira fuori.

C – Sicuramente, anche se in Italia molto di meno. Ad esempio a Londra c’è un’organizzazione mostruosa, vai in strada e ci sono praticamente le spine della corrente. C’è molta più dignità. Il fatto di suonare per strada viene visto come una cosa….

A – ‘na poracciata!!

[ci sono un paio di minuti d’interruzione dovuti alle ultime dritte del tecnico a Cesare, con un sacco di risate alla fine. Il bello della diretta!!]

J – Si, per questo vi ho fatto la domanda perché sembra che chiedo se siete andati a fare l’elemosina, invece anche per me è una concezione diversa quella di andare per strada.

C – Ma è normale. Cioè, la musica è San Siro, è Sanremo, X-Factor.. no X-Factor no.. però alla fine la musica è tutto: anche uno che sta a casa e suona la chitarra da solo. C’è chi decide di studiarla tutta la vita e chi invece, non so, ha un’attitudine più punk.. ma non è che uno è più stronzo dell’altro. È un mezzo di comunicazione, ognuno fa quello che vuole.

J – Ok.. beh ragazzi, grazie. Erano domande molto random però.. questo volevo chiedervi.

C – Mi dispiace che avete aspettato un sacco di tempo, ma abbiamo avuto problemi tecnici..

Paja [ve l’eravate dimenticato eh?] – Anzi, c’ha fatto pure piacere!!

J – Capirai, non ce pareva vero. Ci siamo messi lì a sentirvi tutto il tempo. Ragazzi grazie davvero, adesso me faccio firmà il vinile però!!

[gli ultimi due minuti sono chiacchiere sparse, un po’ di info sul live registrato allo Studio Nero, Adriano che strimpella la sua chitarra acustica e ci chiede di dove siamo, oltre a preoccuparsi se avevo preso o meno la maglietta allo studio. E poi, si, ci ha detto “che miti!!”. Tiè.]

Eccoli qui, i Bud. Esattamente come me li aspettavo.
Anzi, fatemelo dire: meglio di come me li sarei aspettati.

Adriano e Cesare sono due ragazzi che suonano perché gli piace suonare. Gli piace sudare sui loro strumenti, sulla loro musica. Amano la musica in generale, e tutto quello che ci gira intorno. Per loro suonare per delle persone è un piacere, un onore.. e si vede.
Se penso che hanno accettato d parlare con me, che alla fine sono uno che i loro concerti e i loro album li ha sempre sentiti da fan, e mai da “operatore del campo”, ancora mi fa ridere. E rido contento, perché sapere che al mondo ci sono persone come loro, persone che solitamente pensi estranee e lontane da te e che invece ti accolgono nel loro camerino per parlare, mi riempie il cuore.

E non smetterò di ringraziarli non solo per il tempo che mi hanno dedicato, ma soprattutto perché quando hanno accettato di farlo ho deciso di aprire questo blog.
Quindi non fosse per loro (e per Veronica per la spinta finale e decisiva), non starei qui a prendere coraggio e a togliermi delle belle soddisfazioni.

Come dite?
Ah, com’è andato il concerto?
C’è bisogno davvero che vi dica com’è andato un concerto dei Bud Spencer Blues Explosion?

Ok, ve lo dico ma a modo mio.

Il fuoco nelle vene.

È stato sudato, urlato, fotografato, potente e graffiante. C’è stata “Giocattoli”, ormai una delle mie preferite in assoluto. Ci sono stati gli sguardi d’intesa fra di loro, i sorrisi di Adriano quando gridavamo “Dajeeeeee!!!!!!!!!!” e ci sono stati i colpi di quel metronomo umano che è Cesare. C’è stata “Dark was the night, cold was the ground”, che rimarrà per sempre la MIA cover preferita dei Bud. Mia e solo mia. Ci sono stati gli abbracci con mio cugino che non vedevo da tempo e che anche dopo anni riesco sempre a far finire sotto a gran bei gruppi. C’erano gli occhi chiusi del Paja che se la viaggiava. C’erano alcune delle persone a cui voglio più bene. C’è stata l’euforia per aver fatto partire praticamente tutti gli applausi. C’è stata quella tizia che mi voleva salutare ma che proprio non conoscevo e che alla fine ho dovuto scansare.

Ma soprattutto c’era la mia personalissima voglia di sentirli, di nuovo e finalmente. La mia voglia di poter dire di nuovo “io c’ero”, di fregarmene se ero il pazzo solitario che agitava da solo le braccia in aria imitando i movimenti di Adriano prima e quelli di Cesare poi. La musica, quando piace, ti esime dal dare e ricevere giudizi.

E sarà forse un modo stupido e retorico per chiudere, ma la musica fatta bene è qualcosa che unisce le persone, e Sabato sera si era formato un bel gruppo di amici sconosciuti.

Quindi, semplicemente, grazie Bud.

Alle prossime.

Vi Spiego Perché “Diaz” È Un Capolavoro

Posted in Alessandro Roja, Claudio Santamaria, Daniele Vicari, Diaz, Elio Germano, film, G8, Paolo Calabresi, rabbia, recensione on 16 aprile 2012 by anzianotto

“Diaz”

Precisazione:
non è che ci siano spoiler, qui.
È chiaro che chiunque sia ben informato su quei giorni abbia poco da scoprire, vedendo il film.
Fatto sta che io il film io l’ho visto, e qui ne parlo.
Per il resto fate voi.

Per chi ha meno di trent’anni ed una sensibilità che vada oltre il postare foto di cani abbandonati su Facebook, i giorni del G8 di Genova e le immagini che ci venivano iniettate nelle retine sono stati il nostro undici Settembre.
Ma ancora non faceva figo perché non era successo, e quindi le “macellerie messicane” ed i “trattamenti al limite della tortura fisica e psicologica” sono state per 10 anni le etichette stampate addosso a quei giorni d Luglio.

Per chi è nato negli Ottanta, c’è poco altro a memoria che ci abbia sconvolto allo stesso modo: forse giusto la fine di “Friends”.

Se per la strage di Bologna, per la tragedia Ustica, gli omicidi di Falcone&Borsellino, siamo stati istruiti dai vari Minoli e Santoro per poi avere solo ora la possibilità di informarci veramente, da quel 2001 abbiamo cominciato a farci noi la nostra informazione.
TV, Radio e soprattutto Internet sono stati fonte di ricerca, documentazione e tanta, troppa rabbia.

C’erano però dei punti oscuri, dei momenti di Genova che non abbiamo visto e che invece “Diaz” ci sbatte in faccia come se fosse normale, naturale vedere cose che non abbiamo mai visto.

Il Signor “Carnera”.

Eliminiamo subito le due critiche che più spesso in questi giorni sono state lanciate contro il film: quello che si vede, è successo. Tutta la pellicola è basata sugli atti processuali ufficiali degli eventi che hanno portato in tribunale dirigenti, funzionari e poliziotti a dover testimoniare per tutto quello che era successo nella scuola “Diaz” e successivamente nella caserma di Bolzaneto. Poche chiacchiere quindi.

L’altro tentativo di critica, forse più subdolo e sicuramente senza sbocco alcuno. è il fatto che non vengano usati nomi veri. Verissimo. Il problema è che chi ha visto per dieci anni sempre le stesse immagini capisce senza problemi chi è il Carnera dalla faccia dura che atterra all’inizio del film, e che sembra voler fare di tutto (riuscendoci) per far sgorgare il sangue quella notte. Anche chi fa il primo rapporto ai giornalisti proprio fuori dal cancello della scuola ha un nome ed un cognome, così come il personaggio di Santamaria e perfino quello di Elio Germano e di tutti i  ragazzi coinvolti nel pestaggio.
In poche parole “Diaz” è una rappresentazione di quello che è successo.

Punto.

“Accoltellato”.

Ora: perché è un capolavoro?
Dividiamo il film in due campi ben separati: quello tecnico e quello umano.

Dal lato tecnico, il film è impeccabile.

A partire dalla bottiglia di vetro, spartiacque dei molti episodi del film e pretesto nella realtà per andare poi a sgomberare la scuola la notte stessa. Una scena che viene riproposta spesso durante le due ore di proiezione, e che con il suo climax trascina in modo perfetto lo spettatore nella spirale della follia di quei giorni.

Un’altra scelta che si è rivelata vincente è il fondere, soprattutto nei momenti dei cortei e della cariche della polizia, le immagine girate da Vicari insieme a quelle di repertorio: ecco quindi che in un secondo vedi gli attori scappare per una carica, ed improvvisamente ti ritrovi ad essere la ragazza che, caduta tra le siepi, riprende i poliziotti che passando la manganellano mentre lei grida “Por favor!! Por favor!!”.

Oppure sei lì a vedere Claudio Santamaria e Paolo Calabresi che entrano nel cancello della Diaz appena sfondato ed improvvisamente ti ritrovi ad essere il ragazzo che dall’edificio di fronte riprende quel nugolo di poliziotti che, come zombie, sfondano il portone ed entrano.

Tutto questo viene insieme ad una fotografia che toglie il fiato per quanto riesce a farti essere lì, a farti sentire quasi sporco di sangue, ed una recitazione che a volte ti fa credere che stia vedendo i filmati originali.

I “black bloc” nascosti nella scuola.

Il lato umano, invece, è quello che vi farà andare in giro come in trance usciti dalla sala. È la parte del film che vi strapperà l’anima, e vi farà vergognare di vivere ancora in Italia.
“Diaz” non si concentra solo sull’irruzione nella scuola, parte comunque centrale di tutto il film.
Quello che si percepisce, durante il film, è la costante tensione che in quei giorni percorreva Genova tutta.
Se l’irruzione è l’esplosione, il prima è la miccia lunga e lenta ed il dopo è la confusione che ti rimane addosso dopo un botto troppo forte. realizzi finalmente che quello che è successo doveva succedere, basta.
Ogni passo, ogni frase, ogni manganellata, ogni sputo ed ogni insulto sono un colpo dritto alla nostra coscienza. La schiuma che esce dall’estintore usato da Roja addosso ad un ragazzo ormai svenuto per i colpi subiti è la coltre di omertà che ci si è posata addosso negli ultimi dieci anni. Lo sputo della guardia carceraria i faccia alla ragazza nella caserma di Bolzaneto è la maschera di schifo con la quale ci siamo coperti il volto da quel Luglio. Il pestaggio del giovane avvocato del Social Forum, poco prima dell’irruzione, equivale all’aver picchiato la nostra voce perché non facesse troppo rumore passati quei giorni.

“Don’t clean up this blood”

Il film di Vicari riesce a farti piangere le stesse lacrime di rabbia che ci rigavano il volto quei giorni. Sono lacrime nuove, inaspettate, sono lacrime che bruciano la pelle allo stesso modo dei gas sparati dai celerini. Riesce a farti mordere le labbra fino a sanguinare. Riesce a non farti staccare mai gli occhi dallo schermo, perché sarebbe come negare anche un solo secondo di quello che è successo quella notte e le ore successive.

“Diaz” è un film che andrebbe proiettato nelle scuole, che andrebbe studiato nelle corsi di cinema e che andrebbe discusso come un trattato storico.

“Diaz” è un film definitivo, dopo il quale nulla dovrebbe essere più detto se non “colpevole” a chi in quei giorni ha avuto anche una sola, minuscola responsabilità per quello che è successo.

“Diaz” è un film che ti fa affrontare i tuoi demoni più profondi, che devasta ogni tua certezza e che uccide quel minimo di orgoglio patriottico che avevi.

Andatelo a vedere, ma andate al cinema.
“Diaz” è soprattutto un film che deve essere diffuso, e che merita pienamente ogni singolo euro che pagherete.

Sappiate però che quei soldi non ci ripagheranno mai per essere stati immobili così a lungo.

Mi Rifiuto

Posted in foto, monnezza, rabbia, Roma, salute on 9 aprile 2012 by anzianotto

Carissima Renata,

ho pensato di scriverLe di dove abito, per farLe capire come vivo.

Perché farlo, e perché a Lei? Beh, prima di tutto perché la politica dovrebbe dare ascolto al cittadino, dovrebbe essere mezzo per fare quello che il cittadino chiede. Io Le chiedo solo qualche minuto, e lo chiedo a Lei perché dove abito io è pieno di manifesti in cui si ricamano le Sue lodi e le sua azioni da vera guerriera quale Lei ha dato prova di essere più di una volta.

Il posto dove vivo io si chiama Ponte Galeria.

A Ponte Galeria non c’è un granché. Di solito è porto di mare per camionisti, monnezzari, mignotte e mezza Europa dell’Est.
E badate bene che non ho un tono dispregiativo, anzi. Di solito passa di peggio.
Quando mi chiedevano dove abitassi, anni fa, al nome di Ponte Galeria la gente solitamente aveva la stessa faccia che avrei io ad una lezione di fisica quantistica.
Adesso è conosciuta principalmente perché è una fermata del treno che va a Fiumicino Aeroporto passando per le stazioni più importanti di Roma.

E basta.

Il problema vero, però, è che va bene non parlare delle cose positive, soprattutto se non ci sono.
Ma andrebbe bene parlare delle cose che non vanno, visto che l’elenco è lungo.
Oggi vorrei esporLe il problema principe, di Ponte Galeria e di tutta la zona limitrofa.

Questa zona un tempo dimenticata da ogni divinità, ora è popolata.
Popolosa.
Popo tanta gente.

Ma oltre alla gente, a Ponte Galeria c’è l’industria. Più precisamente, quella dell’immondizia.
Rifiuti di ogni tipo, dal generico all’ospedaliero, dal solido al liquido, dal tossico a quello ancora più tossico.
Siamo circondati da mostri alti e grossi: la discarica ed il gassificatore di Malagrotta, l’inceneritore di rifiuti ospedalieri, la raffineria.
Mostri alti e grossi che sputano ventiquattro ore su ventiquattro il loro veleno addosso a tutti gli abitanti della zona e non.
E si perché il problema, mio caro Presidente, è che non solo da tempo la zona di Ponte Galeria è oggetto di studi per tassi di malattia e mortalità improponibili e  oltre ogni media ragionevole, ma quando il clima lo permette tutto lo schifo che nasce da qui arriva ben lontano, con tracce rilevate fino al centro di Roma.

Il problema, ovviamente, non si riflette solo sull’aria e ciò che respiriamo: la zona è piena di pascoli da dove arriva latte e carne per migliaia di persone. Ci sono campi coltivati i quali frutti arrivano sui banchi dei mercati e dei supermercati.

C’è persino uno scavo archeologico, proprio qui a due passi da casa mia. Lo scavo del cimitero di Castel Malnome non è forse uno di quei siti per cui si fermano ogni due giorni i lavori al centro, è un posto dove i turisti non vanno e che non porterà nessun tipo di profitto alle Vostre tasche senza fondo. Ma i risultati delle ricerche sui resti umani trovati sembrano essere importanti a livello scientifico. Ma, si sa, non c’è nessun centurione lì intorno a farsi foto con gli scheletri sullo sfondo.
In sostanza, mia stimata Polverini, la coltre di morte che arriva da quei mostri alti e grossi si posa sulla città come un velo silenzioso e velenoso. Un velo che copre continuamente ogni cosa viva e non e la penetra, la violenta, fino a creare tumori, problemi della crescita, malformazioni nei neonati.
Una Chernobyl costante ed impietosa.

Da anni, ovviamente, un gruppo di persone armate di buona volontà e spesso tanta frustrazione si uniscono e tentano in tutti i modi di fermare le persone e farle ragionare, di far capire loro che ne va della vita di tutti.
Ma alla gente basta poco per tapparsi occhi ed orecchie, come il non pagare le tasse dell’AMA.
Occhio non vede, tasca non duole.
Questa gente combattiva ma stanca lotta da anni contro i vari Cerroni (anzi, l’unico Cerroni, visto che a ottant’anni suonati ancora siede sulle più importanti poltrone della politica della monnezza). È una lotta che non attira telecamere, non è miele per i giornalisti se non nelle rare eccezioni di Iacona qualche anno fa.
Le faccio un esempio: sapeva Lei che proprio oggi un gruppo di persone del comitato si sono riunite nel crocevia della morte, lì a due passi da quei mostri alti e lunghi, e si sono letteralmente “messi in croce”.
E vorrei sottolineare che questa gente che ha già fatto -e continua a fare- scioperi della fame, sit-in, flash mob, manifestazioni, ha preso manganellate e derisioni, ha un’età media abbastanza alta. Parliamo di madri e padri (come il mio), a volte nonni, piccoli commercianti che sono sul territorio da quando Lei ancora poppava il seno di mamma.
Eccoli qui, altri facinorosi e disturbatori della quiete pubblica:

In Croce

Ombre minacciose.

Brutte facce. Bruttissime.

Ponte Galeria è un posto tutt’ora dimenticato da ogni divinità.
L’unico dio che si ricorda di questa zona è quello del denaro, dell’avidità, del lucro.
Cerroni ha in mano tutto, gioca con le vite della gente del posto come fosse uno scherzo.
Mentre lui atterra con il suo elicottero nella discarica, la gente continua ad ammalarsi.
Mentre continua a comprare terreni come se giocasse a Risiko, la coltre scende sempre di più.
Si fa sempre più pesante ma allo stesso tempo intangibile, questa coltre

Per concludere, non sono qui a chiederLe nulla, perché come tante persone della mia età ho già perso la speranza nel voler vedere un mondo migliore.

Perché un mondo migliore non dovrebbe farsi calpestare da gente che non vuole vedere oltre al colore morto dei soldi.

Ma l’unica cosa che posso fare, è dire che mi rifiuto di stare qui ancora a sentire le vostre voci prometterci cambiamenti, discariche ecologiche ed unicorni rosa.
Mi rifiuto di ascoltarvi, perché sarebbe tempo perso.
Mi rifiuto di assecondarvi.
Mi rifiuto di cedere ai vostri canti di risparmio e sicurezza.

Io rimarrò contro, mi cara Renata.
Perché essere con voi significa perdere quel poco di dignità che mi, e ci, è rimasta.
Ponte Galeria sarà pure lontana e dimenticata.

Ma non è morta, anche se state facendo di tutto per ammazzarla.

Scelte Insindacabili

Posted in foto, musica, rabbia, Roma on 2 aprile 2012 by anzianotto

Caro Gianni, o meglio.. Caro Sindaco.

Questa mattina, mentre ero lì come tutte le mattine a cagare via i residui di giornate sporche, apro la mia rete sociale preferita e scopro con sorpresa che alle 15 ci sarebbe stata una piccola dimostrazione da parte degli artisti di strada.

“Ma perché mai?”, mi sono chiesto scorreggiando.

Ed esce fuori che Lei, caro sindaco, ha avuto un’idea (che reputo giusta ed irrevocabile, come lo stile delle decisioni che Le piacciono tanto), e cioè vietare tutti i tipi di manifestazione artistica per le vie di Roma. Via tutto: tamburi, chitarre, trombe, amplificatori, giochi, trucchi e costumi. E vaffanculo.

E le spiego anche perché, la trovo giusta come idea: io sono un noto frequentatore di Trastevere, e quale posto meglio di Trastevere possono scegliere quei quattro pezzenti per fare le loro porcherie da buffoni?
E quindi tutte le sere dei weekend è sempre la stessa storia: chi suona da una parte, chi fa magie dall’altra, tant’è che non hai tempo nemmeno di insultarli tutti, ‘sti barboni. C’è il poeta, il cantante, il prestigiatore, l’acrobata, quello sul monociclo, quello sul monopattino, quello sul monocolo, quello sul Monopoli. Basta, sempre le stesse cose, c’è pure quello sulla monotonia!!

E allora ho deciso di andarli a vedere, ‘sti schifosi. Volevo proprio impestarmi delle loro puzze da centro sociale, volevo provare il brivido dello stare in mezzo a dei criminali. E, per sicurezza, ho portato la macchinetta, che in caso porto le foto in questura il giorno che tenteranno di prendersi la nostra bella città, a cui Lei tiene così tanto da far lavorare in tutte le aziende comunali la sua famiglia.

Insomma, mi aspettavo il degrado, ma questo proprio no:

Uniformi.

Eccoli, con le loro uniformi colorate, corte, lascive e senza vergogna. Trascinano i loro corpi pieni di odio rivestiti di organza, cotone, plastica, gomma e nasi colorati, occhiali con piume e cappelli con trombette in cima.

Volti.

Eccoli, li guardi in faccia Signor Sindaco: tentano di coprirsi con i loro nasi rossi, mascherano il rancore con dei sorrisi più finti dei curricula di Sua cugina, agitano le pentole perché (e li ho sentiti con le mie orecchie) dicono che Lei sia cotto, ormai.
Indecenza.

Gioventù.

Gioventù 2.

Vede, Signor Sindaco? Inculcano la cultura del fancazzismo. Incitano ai colori accesi. Infestano le giovani ed italiche menti con giochi che non avranno nessuno scopo nella loro vita se non quello di portarli per strada, tra sogni infranti ed eroina. Li abbagliano con i loro movimenti veloci mentre, e l’ho visto con i miei occhi, gente d’accordo con loro sfila i lecca-lecca dalle tasche del nostro avvenire.

In più, era presente tale Adriano Bono, leader del gruppo anarco insurrezionalista denominato “Reggae Circus” che, con il suo ukulele di rabbia, ha incantato con riti poco ortodossi ed assolutamente non cristiani la folla presente.

In conclusione, mio adorato Sindaco, spero che la sua ordinanza passi all’unanimità, senza ostacoli o proteste ulteriori.
Perché il romano come il turista deve sempre poter camminare per le strade evitando buche e non giocolieri, deve pagare scarsi servizi invece di lasciare monete, deve ascoltare i rumori degli eterni lavori in corso e non la musica, deve respirare lo smog e non l’incenso dei prestigiatori.

Basta coi saltimbanchi.

Quasi Le chiederei di riservare loro lo stesso trattamento che solitamente sfodera per gli zingari: in capanne e lato autostrada. Così sarà più facile tirargli i sassi mentre scorriamo tranquilli verso altre ore di traffico, nella nostra adorata Roma.

A Breve

Posted in Uncategorized on 29 marzo 2012 by anzianotto

Soon.

  Stantie novità.