Archive for the ATAC Category

L’Eccezione

Posted in ATAC, disagio, manifestazione, monnezza, noi, politica, rabbia, Roma, salute on 25 maggio 2012 by anzianotto

“Nobody dies all alone.. You needed all of them, and they needed you..”
“For what?”
“To remember.. and.. let go..”

Questo post è un’eccezione: le crisi interne di una persona non dovrebbero ostacolare quello che fa quando si relaziona con il resto del mondo. Che sia tramite un lavoro, una chiacchierata, un blog. ‘sto giro è successo, prometto che non succederà più. Anche se rimarrete solo voi e me, ve lo devo. E l’eccezione è che scrivo oggi invece del Lunedì. Poi si riprenderà come sempre.

Ma anche il messaggio di questo post, è un’eccezione: vado vagamente sul personale. Scusatemi, ma sarà, giuro.. un’eccezione.

Già perché l’altra sera, parlando con un mio amico, a conclusione di un paio d’ore piacevolissime passate tra cocktail complicati e discorsi su quanto l’innamoramento non sia altro che una questione di ormoni, sono arrivato ad una conclusione: NOI siamo un’eccezione.

Noi quasi o appena trentenni (ma ci metto pure la fascia dai ventenni ai trentacinque) siamo quel blocco di persone nate senza uno scopo. Senza un’utilità. Badate bene però, non dico sia colpa nostra, e nemmeno che non si possa fare nulla.
La situazione in cui ci troviamo ora, con mestieri uccisi, mastri che si uccidono, bomb(ol)e che esplodono ancora senza che nessuno ricordi nulla, case che vengono giù come quella sulla spiaggia nel finale di “Se Mi Lasci Ti Cancello”, Nani in odore di gran ritorno, soldi che spariscono sempre di più per ricomparire nelle tasche sbagliate, affluenze al voto che l’Egitto in confronto sembra sempre essere stato un paese democratico, banche sempre più vive ed i nostri incubi sempre più vividi, questa situazione spezza le gambe. Toglie la voglia. Uccide i sogni.

D’altra parte, chi più e chi per niente, c’è una nostra “alba italiana”: rispetto già anche a cinque anni fa l’impegno, la voglia e la determinazione di molti giovani è ammirevole. Dai ragazzi No Tav assediati da mesi a chi ancora crede in un partito e ne porta avanti le idee, da chi lotta ogni giorno contro le discariche proponendo metodi alternativi di smaltimento a chi ha il coraggio di provare a mettere su famiglia, da chi paga ancora il biglietto dell’autobus (qui a Roma, tra l’altro, da oggi aumenta il prezzo) a chi usa quotidianamente la bicicletta.
Anche solo vedere molta più gente interessata a quello che ci succede intorno rispetto a pochissimo tempo fa da una spinta a chi ancora è fermo.

Il problema, il NOSTRO problema, è che non andremo mai oltre a questo. Qui da noi, anche se scoppiano le bomb(ol)e, anche se continuano a crollare le case, anche se continuiamo ad essere sempre più poveri, qui da noi ancora ci dobbiamo fermare dopo vent’anni che un uomo VERO è saltato per aria e chiederci perché, chi è stato, ma avendo tutte le risposte davanti.

Il NOSTRO problema è che abbiamo tutto di fronte a noi, è tutto chiaro. Ogni domanda ha una risposta, sempre. Ma qui da noi le risposte vengono nascoste con la scusa del segreto di Stato, vengono chiuse in scatole polverose ed abbandonate. Quando non vengono distrutte.
Ma noi le risposte le sappiamo, solo che non c’eravamo e quelli che c’erano prima o poi saranno destinati a scomparire. Andranno via con la certezza di sapere le risposte, ma con il dubbio di averle mai avute davvero. E a noi non sarà mai concesso di dissipare quei dubbi al loro posto.

Il MIO problema è che anche io so le risposte. So anche molte risposte che riguardano me e solo me. So dove dovrei essere, so cosa vorrei fare in questo momento, so chi vorrei avere accanto, so cosa farei delle mia vita da qui a un bel po’ di tempo.
Ma non mi è concesso farlo. Per quanto io mi (s)batta per ricominciare, il mondo ti chiude le porte in faccia.

E quando penso che vorrei mandarti un messaggio, comprare una bottiglia di vino e portarti al Gianicolo conoscerci davvero un po’ di più, mi fermo e mi dico che non ho un lavoro che mi dia i soldi per farlo. Perché in questo momento la forza di volontà è ai minimi storici, e dove mi giro non vedo nulla che possa aiutarmi. Nulla. Dopo che per mesi hai girato come un matto, hai tentato più di una strada, sei stato deluso da promesse dette a mezza bocca, dopo che per mesi ti sei sentito quasi al sicuro per poi ritrovarti di nuovo in mutande.. beh, un po’ le palle ti cascano.

Per questo siamo un’eccezione: perché quelli che hanno le palle così sode che non cascano mai, sono pochi. I molti sono quelli che riescono a farsi una vita loro, riuscendo ad ignorare il resto del mondo, e le palle le lasciano nel comodino. In mezzo ci sono quelli come me, che le palle se le tengono strette fino all’ultimo, ma che cadono quando siamo costretti ad alzare le mani di fronte all’evidenza: non cambieremo nulla.
Non riusciamo a mettere una virgola, alle cose, figuriamoci un punto

Ma so che ce la faremo. So che il mondo un giorno ci sorriderà.

Solo per quel giorno.

Ma sarà bellissimo.

Metropatia

Posted in AleDanno, ATAC, disagio, politica, rabbia, Roma on 30 aprile 2012 by anzianotto

“Abbonamento Sindaco” ti permette di non pagare la metro, tanto non ti serve.

Non avere la patente, ormai, sembra un sacrilegio.
Non averla a a quasi trent’anni, poi, è visto come un chiaro esempio di deficit dell’attenzione sociale.
Non averla a trent’anni ed abitare a Roma.. beh, quando lo dico faccio scappare più gente che se dicessi “ho la rabbia” o “ho votato Alemanno”, due cose che a spesso sembrano strettamente correlate, tra l’altro.

Lascio da parte i motivi personali che mi hanno portato (volente e nolente) a questa scelta, e passo subito a come questo può essere motivo di orgoglio, pregiudizio e parecchi ritardi ad appuntamenti. Vi racconterò come è la giornata di un romano a Roma sui mezzi pubblici, cercando anche di darvi qualche consiglio per quando deciderete, almeno per un giorno, di levare il culo dal sedile della vostra macchina.

Autista Romano, Saluto Romano.

Prima di tutto, prevedere.
Abitando in quella zona da acque internazionali, quel limbo tra Roma e Fiumicino che sarà per sempre comunque “fuori Roma”, sapere dove andare e a che ora è, come per tutti, fondamentale. Per me un po’ di più. Se devo andare al centro, so che ho due alternative: treno (che per raggiungere devo comunque prendere un autobus) o solo autobus.
Nel primo caso, scelta che prediligo e che prevede l’uso di entrambi i mezzi (e quindi il doppio dei problemi), devo prevedere l’auto che mi porterà alla stazione. E qui cominciano già le prima consultazioni all’oracolo di Delfi. E si, perché bisogna partire dal presupposto che per quanto tu possa consultare gli orari sul sito dell’Atac (che a volte sembrano avere quasi un senso) o già sia avvezzo agli orari giorno per giorno, devi considerare che l’Autista Romano, o che comunque opera su Roma, è una specie animale a sé. È talmente sensibile, l’Autista Romano, che il suo lavoro può essere condizionato da qualunque sfumatura ambientale e sociale: magari prima di partire dal capolinea, ha bisogno di riflettere sulla vita preparando il Fantacalcio sul suo iPad, o di stare al telefono con la moglie per essere aggiornato sugli ultimi risvolti (di interesse nazionale) della diatriba condominiale in corso. O magari vuole solo aspettare che il sole salga un altro po’ ché poi sulla Pisana sbatte proprio contro gli occhi.
Insomma, le variabili sono molte ma soprattutto (in modo tanto paradossale quanto lo è l’Autista stesso) costanti. Ed ogni giorno è una nuova avventura.

Dopo aver imparato a memoria modelli di camion, autocisterne e teste di cazzo al volante, salire sull’auto e perdere l’udito a causa del mix buche in strada e viti lente che permettono ad ogni singolo componente del mezzo di sbattere contro tutti gli altri creando così il nuovo singolo di Skrillex feat. Giovanni Allevi sotto ketamina, è sempre un piacere.
Arrivato alla stazione, parte la seconda serie di consultazioni all’oracolo, questa volta di Matrix. Qui entra in gioco infatti uno schema, un sistema per il quale il treno regionale che parte da Fiumicino Aeroporto e diretto principalmente ad Orte è sempre in ritardo.
Sempre.
Vuoi l’arrivo di un altro treno, vuoi l’ennesimo suicidio sui binari (e di questi tempi è più facile che qualcuno s’ammazzi piuttosto che piova), vuoi che gli orari probabilmente li ha preparati Topo Gigio mentre organizzava la campagna contro l’influenza A ed insegnava a Giacomo a nascondere la pistola, vuoi che magari quel giorno i pianeti sono allineati proprio male: il treno, anche se di soli due minuti, sarà in ritardo.
È così preciso, questo schema, che la simpatica signora di colore che insegnava a Neo l’arte della ribellione ha smesso di fumare e si è data alla vendita di gioielli fatti in casa.

Cose che capitano.

La fase successiva al prevedere (detta anche “di speranza”), è quella del sopportare.
Prima di tutto sopportare il fatto che il biglietto che avete timbrato prima di salire, ligi al vostro dovere di sentirvi migliori, passerà sicuramente per le mani di qualcuno che ci farà un filtro, ma non per quelle di un controllore. L’ultima volta che ho visto un controllore, compravo ancora l’abbonamento studenti.
Poi dovete sopportare il fatto che vi sembrerà di essere nella foresta Vietnamita ad Agosto quando è Gennaio ed un pezzetto di ghiaccio tritato in un Mojito quando in realtà è piena estate.
Sopportate infine il fatto di tenervi dall’avere qualunque stimolo fisiologico. Dio non voglia che la vostra vescica o il vostro sfintere decidano di attivarsi, perché i bagni di un treno regionale sono puliti come il set di un fil porno a fine riprese. Da quando sono andato una volta in uno di quei bagni mi illumino al buio e depongo uova di coccodrillo.
Insomma, per sopravvivere ad un viaggio in treno bisogna: risparmiare un euro di biglietto, vestirsi a cipolla ed espletare tutti i bisogni prima di iniziare il viaggio. Più tutta una serie di altri accorgimenti che solo l’esperienza, l’istinto ed un buon vaccino possono permettervi di sopravvivere per poterlo raccontare.

Ghostbusters.

Poi c’è la fase dell’adattamento.
Ogni giorno è diverso, e principalmente a causa della non puntualità. Perché degli scioperi non parlo, quella è la normalità, e lasciamo stare le condizioni climatiche e gli incendi.
Non puntualità che causa coincidenze mancate, imprevisti che portano a ritardi e sovraffollamenti. A volte, sul treno come sulla metro, ho visto così tanta gente che credevo di essere sul set di un film sulle deportazioni: gente innocente su mezzi stretti e maleodoranti, destinata a luoghi di tortura e supplizio, trasportata da gente burbera e in divisa.
Cambiare metro a Termini alle nove di mattina è una guerra in cui i soldati sono stati mandati senza avviso, armati di iPod e borse, con le facce stanche e spaventate. Ho avuto la fortuna di incontrare alcuni dei sopravvissuti ai cambi metro la mattina, ed in alcuni di loro ho potuto riscontrare gli stessi sintomi dello stress post traumatico dei reduci dei conflitti. Gente che ha assistito a stragi di così enormi proporzioni che quelle italiane in confronto sono come i film gialli del Sabato sera di Rai2 anni fa quando ancora non esistevano quelle del Sabato sera.
L’adattamento è qualcosa che non si spiega, non si tramanda. È quello che ci ha restituito pochi eroi e troppi cadaveri. Senza spirito d’iniziativa di fronte agli imprevisti, senza una visione chiara dell’ambiente che ci circonda, senza un piano B, una giornata sui mezzi pubblici a Roma può essere un gioco al massacro. Probabilmente porrebbe fine alla carriera di Bear Grylls, se decidesse di farci una puntata.

C’è una piccola fase intermedia, la più breve ma sicuramente la più gloriosa: l’arrivo. Uscire dalle scale della metro, scendere sulla banchina della stazione o saltare lo scalino dell’autobus è un momento bello. Sò soddisfazioni.
Sapere di essere arrivato, o anche di dover camminare un po’ ma di non dover più prendere un mezzo pubblico, è una sensazione di vittoria, come l’odore del Napalm.

Poi però arriva la fase finale, quella conclusiva e che spazza via ogni gloria che potete aver conquistato durante il giorno, il momento che chiude i giochi e vi fa tornare sulla terra: il ritorno a casa.
Tornare da dove siete arrivati con tanta fatica è come tagliarvi via un pezzetto del vostro corpo.
I mezzi sono più sporchi e puzzolenti del solito, spesso vuoti da far paura a Breivik, altre volte più pieni della mattina. Le stazioni sono angoli dimenticati da dio, gli autisti automi indifferenti alla razza umana, le fermate dell’autobus diventati circoli per i raduni della micro criminalità.
Non fai più caso ad orari ed impegni, vuoi solo girare le chiavi nella toppa e rimanere fermo da qualche parte, senza pannelli che sbattono, vecchi che strepitano, ragazzini idioti e rumorosi, esemplari di Autista Romano che emettono suoni e agitano gesti.

Per questo, va bene tutto, viva chi si muove per le città in modo alternativo, pollice su per chi crede #SalvareCiclisti ma.. pensare pure #SalvarePendolari?